lunedì 7 settembre 2009

Università - LA PRECARIETÀ ACCADEMICA, OVVERO IL GIOCO DEL SILENZIO

di Ilaria Agostini, ricercatrice-docente precaria

È legittimo chiedersi perché in Italia i precari, forza numericamente rilevante, assorbano in silenzio i colpi impietosi loro inferti da un sistema lavorativo che, qualche decennio fa, avrebbe procurato notti insonni a datori di lavoro, privati o pubblici, a imprenditori o rettori. Il fenomeno dei lavori a termine conosce, nell'ambiente universitario, dove peraltro ha dimensioni dilaganti, la sua massima espressione di afasia: al ricercatore-docente avventizio, con mansioni da "adulto", ma status di "giovane" individuo non ancora accolto dalla comunità, è precluso l'ascolto e la parola. Non sente la voce ufficiale dell'istituzione che lo esclude, più per consuetudine che per legge, dalle assise accademiche e dalla vita "democratica" di ateneo, adducendo a motivo la intrinseca inafferrabilità della categoria precaria. Anche la voce sindacale, cui il lavoratore disagiato è tradizionalmente sensibile, è flebile: i sindacati stentano ancora ad accettare tanta perversione in un territorio da sempre off-limits.

Il lavoratore provvisorio non sente il richiamo del branco, che non esiste. Il temporaneo della ricerca e della docenza universitaria non è un animale gregario, si mantiene su posizioni di autismo culturale; individuo solingo in un ecosistema ostile, si concentra sulla propria sorte e ricama su se stesso. I colleghi li ritiene competitori diretti, a maggior ragione se precari anch'essi; anzi, più il lavoratore è instabile, più teme i suoi simili. L'unico riferimento esterno è, per il ricercatore avventizio, il professore-madre.

Il rapporto filiale tra professore e allievo, premessa indispensabile alla comprensione del fenomeno, merita qui un approfondimento. Seguiamolo dalla nascita. Il professore individua nella popolazione studentesca un soggetto in cui, per affinità impalpabili, riconosce la propensione alla prosecuzione della scuola; lo tiene sott'occhio, gli propone la tesi, lo segue fino alla laurea; lo sostiene come candidato dottorando: sono così posti i fondamenti della subordinazione diretta del giovane al professore. L'individuo "analogo" accede al corso di dottorato, ed ha una borsa per tre anni. È la metamorfosi: il precario esce dal bozzolo; inizia il percorso di precariato vero e proprio, costituito da una sequenza di assegni e borse, di premi e concessioni. Si manifestano ora, acuti, i segni della dipendenza, alimentati dalla promessa di una prossima (ma mai troppo) dipartita dell'individuo anziano che consentirebbe "automaticamente" l'accesso ai ruoli del giovane: mors mea, vita tua. Per inciso, è in questa fase che, nella contraddizione tra la natura pubblica dell'università e l'aspirazione personale alla discendenza culturale, si rende evidente la labilità, nell'accademia, del limite tra pubblico e privato. Ma di questo non tratteremo.

Il comportamento del ricercatore caduco, date le premesse, è fortemente condizionato dai desiderata, anche inespressi, del professore-madre e dai suoi stili di vita. Lo imita. Se il professore è poco sociale e dedica tempi lunghi alla ricerca in laboratorio o in biblioteca, il precario, per analogia, non partecipa alla vita collettiva della società di cui, nonostante tutte le ritrosie, pure fa parte. E, sempre per analogia, mantiene il silenzio. Ma - e qui risiede l'interesse del caso in esame - se il professore pratica invece vita sociale, sforando nei casi più estremi nella politica attiva, il precario anziché seguire le orme del prof-madre, inaspettatamente ne disconosce l'autorità su tale versante comportamentale e insiste nel non professare sociabilità. Le motivazioni sono molteplici e complesse, ma possiamo riassumerle in due filoni principali:

1) la finitezza delle risorse a disposizione dell'individuo più giovane: il lavoratore avventizio, multifunzionale per natura, esercita la propria provvisorietà in molti campi ed è perciò poco propenso a disperdere energie e ad impegnarsi in attività sociali, sindacali o politiche che non gli garantiscano direttamente la sopravvivenza economica. Risultato: meglio astenersi, non c'è né forza né tempo.

2) la fugacità dell'esistenza lavorativa del temporaneo (e della sua esistenza in vitatout court): l'intermittente adotta perciò comportamenti mimetici, non si espone, non eccelle mai, sa che ogni mossa falsa può renderlo riconoscibile e designarlo come vittima ad un predatore, o all'individuo amico che ne dispone vita e morte. Ancora una volta tace.

Infine, un'ulteriore causa dell'afonìa del lavoratore sporadico è ravvisabile nel controllo esercitato su di esso dai suoi simili: la diffidenza gli è costantemente dimostrata dai colleghi decidui che mai sono favorevoli allo scatto in avanti del singolo, al grido di sdegno, alla manifestazione di consapevolezza, allo strappo nella tela, e sempre invece animati da un sentimento misto di paura e vergogna. Paura per caducità; vergogna per sottostima indotta («se non ce l'ho fatta, è colpa mia...» è il refrain del non-assunto).

Il silenzio, in sintesi, si configura come risultato di pratiche individuali - ma estese capillarmente a tutta la popolazione precaria - di autocensura, autorepressione e autosegregazione, determinanti l'astensione di forze vitali dalla vita socio-politica di un paese che, è evidente, ne soffre la mancanza.

Non è facile individuare una soluzione al mutismo generazionale, se un governo (prima o poi) non dimostrerà la volontà di ridimensionare il fenomeno dei contratti creativi. Nell'attesa di tempi migliori, da parte dei lavoratori afasici sarà necessario acquisire consapevolezza delle condizioni di lavoro premoderne (non diremo schiavistiche per non offendere gli animi più sensibili) cui sono sottoposti, condizioni che tolgono diritti fondamentali a chi lavora, e che sanciscono una frattura sociale inaccettabile: da una parte i privilegiati (gli "strutturati") con tutele e scatti stipendiali legiferati, e dall'altra i dannati, i free-lance senza protezione. La presa di coscienza sul piano dei diritti dovrà affiancarsi ad una rilettura disincantata dell'impalcatura di privilegi che avviluppa il sistema universitario, cui l'avventizio (già cripto-barone) aspira ad accedere, privo del desiderio di apportarvi modifiche. Senza questo esercizio critico l'istituzione non potrà risanarsi, autoriproducendosi anzi nelle sue deformità o, se è possibile immaginarlo, acuendole.

Consapevolezza dei diritti e critica dei privilegi, su questi punti è necessario operare per avere un lavoro dignitoso, per non insegnare più gratis, per dare continuità alla ricerca. Per poter parlare.

(7 settembre 2009)

sabato 5 settembre 2009

CARI COLLEGHI, E' ORA DELLA RIVOLTA SOLIDALE

di Francesco Pardi Senato, Commissione Affari Costituzionali - 05 settembre 2009

Appello a tutti i docenti

Cari colleghi della scuola e dell’università,

il nuovo anno scolastico si apre all’insegna di una prospettiva drammatica: la rovina della scuola pubblica. Le scelte di Tremonti hanno sprecato soldi per i fini più assurdi, come la tassa invisibile che ogni cittadino pagherà per l’inutile operazione Alitalia, ma hanno impoverito di colpo in una misura finora sconosciuta l’istruzione e la ricerca. E la ministra Gelmini, priva di qualsiasi competenza in materia ma saldamente ostile alla scuola pubblica, detta le regole per il nuovo sistema di riconoscimento del merito. Materia che conosce bene al contrario, avendo preferito migrare a Reggio Calabria per sostenere l’esame di stato.

Ma prima ancora che sulle riforme discutibili è necessario pronunciarsi sulla condizione dei nostri colleghi precari. Il nuovo anno si apre con la cacciata di decine di migliaia di insegnanti, l’impoverimento delle scuole, la diffusione irresistibile del lavoro gratuito nell’università. Le regole del mercato funzionano solo per i manager: stipendi altissimi e liquidazioni principesche. Agli insegnanti il mercato impone miseria e lavoro non retribuito.

I presidi costretti a recitare il ruolo di manager senza fondi, i rettori che devono vendere i beni immobiliari delle università, i responsabili della ricerca rimasti senza finanziamenti non hanno niente da dire? I docenti che hanno uno stipendio e avranno una pensione possono considerare i colleghi precari che si incatenano per protesta solo come testimoni di esasperazione passeggera?

Ma soprattutto come possiamo tutti tollerare una china che presto impedirà la trasmissione della conoscenza e della cultura? Come possiamo assistere senza un gesto alla chiusura della carriera anche degli allievi più meritevoli?

Bisogna riscoprire la solidarietà. Per coloro che si trovano senza lavoro e senza stipendio, sotto ricatto e privi di sicurezza, lottare è più che mai difficile. E chi è più indicato a difenderli se non i loro colleghi più garantiti? Anche i politici dell’opposizione devono impegnarsi a fondo, ma la vanificazione del ruolo del Parlamento indebolisce la loro azione nelle assemblee elettive e deve indurli a essere più presenti nella società. E’ necessario l’impegno di tutti a difendere e garantire l’autonomia del pensiero critico e la libertà di ricerca. Se si rinuncia ora, presto potrebbe essere troppo tardi.

lunedì 20 luglio 2009

Lettera dei precari università all’on. Mariastella GELMINI

All’on. Mariastella GELMINI
Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Oggetto: il precariato della docenza e della ricerca nell’Università

Signor Ministro,

da molti mesi, come previsto dal DL 180, convertito in legge il 9 gennaio 2009, il paese aspetta invano il decreto attuativo di definizione dei criteri di valutazione dei titoli e delle pubblicazioni nei concorsi a ricercatore. Un decreto che promette maggiore trasparenza nello svolgimento dei concorsi e che renderebbe possibile sia lo sblocco dei concorsi già banditi dagli Atenei sia l’avvio della seconda e della terza tranche del reclutamento straordinario.

Se la situazione dell’università italiana in questo momento è critica, lo è particolarmente per quella fascia di studiosi che ancora non ha un rapporto lavorativo a tempo indeterminato con gli Atenei e che però, con dedizione, competenza e sacrificio, da molti anni fa quella ricerca grazie alla quale l’Italia continua a essere ai vertici internazionali.

Da molti anni a questa parte, infatti, quasi la metà del personale impegnato a tempo pieno in ricerca e docenza negli Atenei è reclutato con contratti parasubordinati (assegni di ricerca, cococo…) e borse di studio, la maggior parte dei quali privi delle più essenziali tutele previdenziali ed assistenziali. L’elevata professionalità dei ricercatori e docenti precari è dimostrata dal bagaglio delle numerose esperienze in materia e delle pubblicazioni, contribuendo direttamente al prestigio degli Atenei italiani. Così come quasi la metà dei corsi universitari è sostenuta da quello stesso personale precario, il cui lavoro permette agli Atenei il raggiungimento di un corretto rapporto tra docenti e studenti, che tiene l’Italia ai livelli europei.

Purtroppo, la sovrapposizione di diverse riforme, che non sono mai state rese completamente operative, ha generato una situazione di devastante stallo generale e, in particolare, una sostanziale e gravissima sospensione del reclutamento, cioè dei concorsi a ricercatore banditi a livello nazionale. Grazie ad alcune indagini, si stima infatti che nelle Università italiane vi siano circa 50.000 precari impegnati a tempo pieno nella ricerca e docenza (Fonti dei dati: CRUI e MIUR del 2006 su 33 Università censite, MIUR del 2008 più autocensimento nel 2008). I dati rilevati in questi casi, sebbene parziali, evidenziano inoltre una crescita cospicua e costante del precariato nei ruoli di docente e ricercatore universitario. Se guardata dal punto di vista dello Stato, questa circostanza non permette di utilizzare al meglio quelle risorse umane per la cui formazione e qualificazione sono stati spesi centinaia di milioni di euro. Ora più che mai il fenomeno dei cosiddetti ‘cervelli in fuga’ è diventata un’emergenza, ma qual è la sua reale pericolosità? In termini di economia di sistema, le nostre Università hanno formato studiosi di altissima levatura scientifica, che però metteranno il loro sapere a disposizione non della nostra nazione e dei nostri giovani ma di altri paesi. Questo, nel migliore dei casi. Altrimenti saranno destinati a vedere ignorati e mortificati il loro impegno e la loro qualificazione.

Se invece questa situazione la si guarda con gli occhi dei singoli ricercatori e docenti ancora precari, si vedrà un pericolosissimo fenomeno sociale per cui decine di migliaia di giovani e, purtroppo ormai di ex giovani, da un giorno all’altro non riusciranno più a sostenere quello sforzo economico, sociale e umano che finora gli ha dato la forza di aspettare una svolta nella propria vita lavorativa. E questo è particolarmente grave per quegli studiosi che non possono contare su una condizione sociale di partenza agiata.

È questa la selezione che cercava, Signor Ministro?

Questi ricercatori e docenti il proprio dovere – anzi, molto più del proprio dovere – lo hanno fatto, lo stanno facendo e hanno intenzione di farlo. Si tratta però di dargliene la possibilità concreta.

Occorre in primo luogo dare finalmente attuazione a un piano di reclutamento straordinario non più procrastinabile e il ruolo del Suo Ministero è anche quello di dettare quanto prima le linee guida per una campagna di reclutamento ciclico e ordinario sulla base delle reali esigenze di didattica e ricerca degli atenei, che prenda il via col prossimo Anno Accademico.

È necessario inoltre, da subito, assicurare ai ricercatori e docenti precari i diritti minimi di ogni lavoratore: retribuzioni adeguate, diritti pensionistici ed assistenziali, ammortizzatori sociali, rappresentanza negli organi accademici. Tutto ciò con l’obiettivo di mantenere sempre alto il livello di didattica e ricerca nei nostri Atenei italiani e conservare nel nostro paese un livello di civiltà del lavoro degno di questo nome.

Ricordiamo, infine, che non è più accettabile la stipula di contratti di docenza a titolo gratuito, modalità indecente diffusasi in molti Atenei del paese in conformità a quanto previsto dalla L. 230/2005, art. 1, c.10. L’assenza di retribuzione è infatti inevitabilmente correlabile con la riduzione della qualità dell’offerta didattica e soprattutto con un inaccettabile trattamento dei lavoratori. Proprio per la gravità del quadro sopra descritto riguardo la ricerca e docenza precaria, e per organizzare e difendere i lavoratori precari della conoscenza che operano nelle università italiane si è costituito il Coordinamento nazionale dei precari dell’Università.

Dalla lotta per un reclutamento straordinario, dall’opposizione alla ristrutturazione antidemocratica dell’Università alle vertenze locali per i diritti negati, il Coordinamento porterà la voce dei precari dell’Università dovunque sarà necessario. Per la particolarità e l’urgenza che purtroppo caratterizzano la condizione di questi lavoratori, abbiamo la necessità di un confronto immediato e diretto al fine di comprendere con chiarezza quali sono le misure che Lei, e il governo di cui fa parte, abbiano previsto per una soluzione efficace e tempestiva del reclutamento dei ricercatori universitari.

Prima di un punto di non ritorno.

Distinti saluti,

Coordinamento Nazionale dei precari dell’Università FLC-CGIL